Il Peccato

adamo_eva_peccato Gli “ortodossi” definiscono il peccato come la trasgressione della legge data da Dio. Non rispettare un comandamento è peccato, anche quando non è compreso, anche quando è solo il frutto di un’istituzione religiosa e non di una conquista morale personale.
Quando accade ciò, la rettitudine si riduce ad un seguire ciecamente una lista di cose consentite. Un formalismo, senza nulla di essenziale. Eppure originariamente il significato profondo della parola “peccato” era tutt’altro. In ebraico è tradotta dal termine “Khata”, che precisamente significa: “ciò che non raggiunge la meta, che fallisce nell’obiettivo”. In poche parole, non si commette “peccato” quando si trasgredisce una Legge “esterna” (data da Dio), ma quando le nostre azioni stridono con il raggiungimento dell’obbiettivo che ci siamo prefissati. Quando, cioè, andiamo “contro” la Legge che da soli ci siamo dati.
Il peccato nasce, quindi, dall’intima frattura che ciascun uomo ha dentro se stesso. Quando, relativamente all’obiettivo che ti sei proposto, emerge dentro di te uno stato d’animo conflittuale, che ti spinge ad andare in direzione contraria, allora questo sarà il tuo “fare peccato”. In greco il termine viene infatti tradotto con la parola “hamartia”, cioè falso stato d’animo, che si contrappone al sentire essenziale. Nel significato del termine greco è nascosto il profondo senso della frattura dell’uomo, della sua non conformità ai propri bisogni, della sua inconcludenza.
Per un uomo che lavora su se stesso, questa consapevolezza ha un grande valore. Egli comprende infatti che esiste una possibilità di evoluzione anche “commettendo peccato”.
L’essere umano in cammino, in cerca del proprio risveglio fa della possibilità di evoluzione il motivo unico della propria vita. Egli, lottando contro le proprie intime contraddizioni, cerca di formare attivamente dentro di sé “una zona il più possibile coerente”. Dentro ciascuno di noi esistono delle tavole della legge, che dovrebbero essere redatte in base al nostro modo di essere e alla nostra meccanicità. Il percorso interiore diventa quindi fondamentale per capire, sapere chi noi intimamente siamo, dove sono i nostri punti di frattura, dove siamo coerenti e dove “commettiamo peccato”. Ognuno di noi può essere come Mosè che, sul monte Sinai, riceve i propri comandamenti: strumenti utili per conquistare l’ambita coerenza. Solo che ognuno di noi può farlo senza riceverli dall’esterno, ma conquistando, internamente, la forma più alta di moralità – quella che proviene dal percorso, dall’esperienza, dall’affrontare il buio e l’ignoto dentro di noi ed arrivare alla Luce della coerenza con l’universo tutto.
Noi diventiamo Noi, l’Universo trova spazio e il peccato svanisce.

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