Un pensiero sull’orso cattivo

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Dal 18 Luglio scorso, la giunta provinciale di Trento ha introdotto una nuova tipologia di orso, l’orso “dannoso”. Tale denominazione, completamente incentrata sulla visione antropocentrica che continuiamo ad avere nonostante gli sforzi fatti per migliorare il rapporto uomo-fauna e stimolare la convivenza con mutuo beneficio per entrambe le parti, entra a far parte del Piano d’azione interregionale per la gestione dell’orso bruno. Una modifica concordata con il Ministero dell’ambiente, preso atto anche degli ultimi danni arrecati dall’orso M4 nel Trentino orientale. A distanza di sette anni dall’approvazione del Piano d’azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno nelle Alpi centro-orientali (Pacobace), la Provincia autonoma di Trento, in collaborazione con la Provincia autonoma di Bolzano e le Regioni Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, ha ritenuto opportuno aggiornare il Piano con alcune integrazioni di carattere tecnico e organizzativo.

L’orso “dannoso” verrà ritenuto tale quanto arrecherà, ripetutamente, danni a mandrie di animali domestici o a colture, in generale a patrimoni non difendibili mediante misure di prevenzione, tipo i pascoli di alta quota. La modifica è stata bene accolta dal Ministero dell’ambiente, credendo cosi di ottenere una maggiore “indipendenza gestionale nei riguardi di quella minima parte di popolazione ursina che presenta aspetti maggiormente problematici”. Se un orso avrà la disgrazia di essere etichettato come “dannoso” potrà essere rimosso o abbattuto.
Il problema, per chi lavora da anni ormai cercando di aumentare la consapevolezza delle persone sui benefici derivanti da una condivisione degli spazi con la fauna selvatica, è vedere come la società umana cerchi continuamente dei “nemici” contro cui combattere. Perché l’orso, in una regione come il Trentino Alto Adige, continua a non essere ben voluto, a scatenare paure ancestrali immotivate, ad essere considerato “inutile” in una visione puramente utilitaristica che inquadra l’ambiente solo come qualcosa da sfruttare per ottenere concreti e veloci benefici economici. Una regione che, pur avendo miriadi di nuove opportunità per il proprio sviluppo incentrato sull’ambiente in modo sostenibile, continua a seguire gli stessi schemi di 30 o 40 anni fa (quando l’orso non c’era).
In Trentino Alto Adige ci sono circa 40 orsi, stando all’ultimo “Rapporto Orso” della Provincia di Trento ed un territorio fortemente impattato dalle attività umane che lascia poco spazio ad eventuali alternative di utilizzo. Questa è una delle più usate “giustificazioni” quando si parla di possibilità di convivenza. L’essere umano non desidera fare alcuno sforzo per accogliere una specie che dona equilibrio ai processi ecosistemici (di cui noi beneficiamo ogni giorno), che contribuisce alla stabilità delle popolazioni di ungulati, che rappresenta un indice di elevata qualità ambientale. L’orso viene trattato come un ospite. E non come un ancestrale abitante di queste regioni, avente gli stessi diritti degli esseri umani di vivere il proprio territorio. Ogni “conflitto” è sempre causato dall’orso, che viene visto come un bambino cattivo che non sta agli ordini dati dai genitori.
L’orso fa l’orso, non è di per sé cattivo né buono, non è totalmente dannoso né completamente positivo. Non possiamo aspettarci di (ri-)accogliere una specie selvatica sperando che essa si comporti come vogliamo noi, o che veda il mondo attraverso gli occhi umani. Non possiamo essere tanto felici per il suo ritorno (70% di pareri favorevoli alla reintroduzione prima del progetto LIFE URSUS) ma non fare abbastanza per donargli lo spazio che necessita. Troppo facile dare un’etichetta (dannoso) ad una specie che non riusciamo a controllare. Ma si sa, l’uomo accetta solo le specie animali che riesce a sfruttare e a controllare, con le buone o con le cattive.
La convivenza e la riappacificazione richiedono troppo sforzo e cambiamento di abitudini. In questa situazione (40 orsi da gestire, 40!!) vengono messi in luce completamente solo la nostra incapacità ed il nostro pericoloso egoismo. E pensare che ci sono stati e regioni nel mondo ed in Europa che convivono con migliaia di orsi (e altri grandi mammiferi), riuscendo a sfruttare positivamente la loro presenza (basti pensare all’immagine che hanno per il turismo), riducendo al minimo i conflitti. Come faranno? Mai pensato di informarsi? Di organizzare un “knowledge transfer”?

In primo luogo ci sarebbero da porsi alcune domande:
Di chi è la responsabilità dei conflitti che sono avvenuti e che avvengono tra uomo e orsi?
Chi ha creato l’attuale situazione? Come mai, dopo quasi 20 anni dalla reintroduzione dell’orso nel Parco Adamello Brenta, ci troviamo a dover scaricare tutte le (nostre) responsabilità sul plantigrado? Certi effetti non erano prevedibili? Eppure, con tutti gli esperti che hanno contribuito al progetto “LIFE URSUS”, era facilmente ipotizzabile che gli orsi, una volta allargata la loro popolazione, si sarebbero spostati in cerca di nuovi territori, facendo, appunto, gli orsi.
Era prevedibile che, nel loro girovagare (ricordiamoci che un orso può percorrere qualcosa come 40km in un solo giorno alla ricerca di cibo, riparo, riproduzione), qualche orso si imbattesse in una delle miriadi di attività produttive disseminate per tutto il territorio.
Cosa è stato fatto per informare adeguatamente le popolazioni? Cosa per “proteggere” le attività?

Ma non è il momento delle recriminazioni. È il momento di agire e di fare una scelta; una scelta quantomeno definitiva. Vogliamo l’orso su queste montagne oppure no?

A vedere come stanno andando le cose, parrebbe proprio di no. Ma, purtroppo per i “nemici” dell’orso, tale animale non si può più abbattere come fatto nel 19° e 20° secolo (eradicazione di lupi, orsi e linci pressoché totale nelle Alpi). È specie altamente protetta in Europa ed in Italia:

UE Direttiva Habitat (92/43/CEE, 22.7.92)
Si propone di assicurare la diversità delle specie proteggendo le specie e i loro habitat. L’orso è elencato nell’allegato IV (specie di interesse Comunitario che richiedono una protezione rigorosa). Eccezioni sono previste solo nel caso di individui che causano danni gravi o il cui allontanamento risulta necessario per motivi di sicurezza. L’orso figura anche nell’allegato II; per le specie qui elencate vanno istituite zone speciali di protezione. A livello nazionale il D.P.R. n.357 del 1997 dà attuazione della citata Direttiva Habitat.
In Italia e Trentino
Nel 1939 la specie orso viene inserita nell’elenco delle specie protette della fauna d’Italia ad opera dell’allora Senatore del Regno Gian Giacomo Gallarati Scotti (Art. 38 T.U. legge sulla Caccia). A livello nazionale attualmente la specie è protetta dalla legge quadro sulla protezione della fauna selvatica n. 157 del 1992. L’orso è compreso tra le specie “particolarmente protette” e sono previste sanzioni penali nel caso di abbattimento. La L.P. n. 24/91 (e successive modifiche ed integrazioni) prevede la protezione a livello provinciale della specie e la prevenzione e l’indennizzo degli eventuali danni da essa provocati al patrimonio agro-zootecnico (Art. 33).

Come si vede, le attività di eradicazione non sono più permesse. La direttiva europea prevede già il termine “dannoso” ma solo in caso di danni gravi (anche qui andrebbe capito cosa si intende per “gravi”) e per motivi di sicurezza personale.
La modificazione del Piano d’Azione e il conio di “orso dannoso” serviranno, in questa regione, come da pretesto per giustificare gli abbattimenti di questo indesiderato animale.
Quindi chiediamoci, quanto vuol dire “ripetutamente”?
Chi si occuperà del monitoraggio di tutti gli orsi per rilevare quelli “dannosi”?
Ci rendiamo conto di quanti soldi e sforzo in termini di risorse umane in più tutto questo verrà a costare?
Innanzitutto bisognerà riuscire a riconoscere ogni singolo individuo (radiocollari per tutti?) e monitorare ogni loro spostamento. Successivamente le squadre di emergenza dovranno catturarlo e provvedere alla sua “rimozione” (a tal fine ricordo che la pratica della ricollocazione si è dimostrata totalmente inefficace – gli orsi ritornano da dove sono venuti, lasciando come alternativa solo l’abbattimento fisico). A meno che, come spesso accade e abbiamo già visto, le persone non decidano di farsi giustizia da sole, giustificando il loro comportamento come derivato dalla paura – basta poco a dire “l’orso si aggirava pericolosamente nel mio giardino mostrando un comportamento aggressivo”.
Si corre il rischio che ogni azione fatta contro gli orsi verrà giustificata con questa nuova terminologia.
Le popolazioni trentine e altoatesine, assieme alle loro amministrazioni, hanno di fronte un’incredibile opportunità.
Quella di rendere questa regione “wildlife friendly” e sfruttare a loro vantaggio tutto ciò che nuove azioni mirate alla felice convivenza potranno portare alla regione stessa (e alle loro tasche).
L’Europa e moltissime ONG spingono per un ritorno dei grandi mammiferi nei LORO territori, stimolando gli stati e le regioni ad attuare azioni in tale direzione. Milioni di euro vengono ogni anno messi a disposizione per effettuare progetti che abbiano come fine la protezione dei grandi mammiferi (perché qui si parla di orso, ma ricordiamoci che anche il lupo e la lince stanno tornando), l’educazione ambientale e alla convivenza, la protezione delle attività produttive e lo sviluppo regionale. I benefici potrebbero essere molteplici, sia in termini di immagine, che economici e per la stessa salute.

L’orso non chiede alcunché a noi, solo di essere sé stesso. Un orso. Per questo va conosciuto. Perché solo conoscendolo approfonditamente, facendogli spazio, modificando qualche nostro atteggiamento potremmo trarne immensi benefici.

L’uomo ha bisogno della Natura, più di quanto la Natura abbia bisogno dell’uomo.

Forse è proprio questa consapevolezza che ci spaventa; ma forse è proprio da qui che dovremmo partire.

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