Unire le mani, un gesto universale di pace e armonia

preghiere

L’essere umano è un manipolatore per natura. I suoi principali strumenti per separare, estrarre e costruire sono sempre state le mani. Sono il nostro simbolo, la prima presentazione che diamo a qualcuno (ci “stringiamo le mani”), latori di pace come di morte.

Ma c’è un gesto che l’uomo fa da sempre e che ha sempre avuto il significato opposto a quello della divisione. Unire le mani, un gesto che viene associato all’atto della preghiera. “Congiungere le mani è uno dei gesti della preghiera, ed è un gesto colmo di significato. La mano destra e la mano sinistra che si uniscono rappresentano l’unione dell’intelletto e del cuore, del pensiero e del sentimento. Grazie alla sua luce, l’intelletto trova la migliore richiesta da rivolgere al Cielo, e il cuore, con il suo calore, sostiene quella richiesta” (Omraam Mikhaël Aïvanhov).

Durante lo sviluppo e la diffusione delle varie religioni, a tale gesto è stato attribuito un diverso significato. Nelle religioni monoteiste, l’unione delle mani ha sempre significato sottomissione, nonostante esso non venga menzionato come tale (o non venga menzionato affatto) nelle Sacre Scritture.

catholic prayer

Fig. 1 – Paolo Stefano B. Di Schiavo – Due devoti in preghiera (post 1397 – ante 1478)

In Italia, o comunque in tutte le regioni dove il Cattolicesimo è ed è stata la “religione tradizionale”, il gesto viene associato alla preghiera cattolica anche dai non cattolici e visto solo come un gesto di sottomissione. Tale gesto però non viene menzionato nella Bibbia. Nella Bibbia si dice che gli ebrei pregassero aprendo entrambe le mani al cielo, come per raccogliere un dono. Questo gesto era poi seguito dal piegare le braccia verso il petto incrociandole, come se facessero schermo al cuore. Entrambi i gesti hanno un significato logico e profondo, poiché Dio risiede in cielo ed elargisce i suoi doni generosamente; e il cuore è la sede delle emozioni di amore per Lui. Nel terzo secolo d.C. alcuni cristiani iniziarono a estendere le braccia all’esterno formando così una croce. In questa postura stavano per giorni senza mangiare e bere perché così avevano visioni/allucinazioni che si credevano venissero da Dio. Il gesto delle mani unite venne introdotto solo nel nono secolo e si diffuse fino al 13° sec. d.C. grazie ai dipinti nelle Chiese (Fig. 1).

Nell’Islam, le mani vengono giunte nella parte finale della preghiera (Fig. 2) pronunciando le invocazioni raccomandate: “Io imploro il perdono di Allah, io imploro il perdono di Allah, io imploro il perdono di Allah, o Allah Tu sei La Pace e da Te viene la pace. Tu sei Benedetto, o detentore della gloria e della generosità”. Nuovamente, in un’altra religione monoteista troviamo il gesto di unire le mani come segno di sottomissione al Creatore.

islam hands

Fig. 2 – Mani unite nella preghiera Islamica

Diversa è l’interpretazione data al questa gestualità nelle religioni orientali. È risaputo che nella visione orientale, la Vita vada percorsa partendo da dentro di noi.

Tutti conoscono il termine “namasté” della cultura indiana (Fig. 3). Namasté, può essere utilizzato sia quando ci si incontra che quando ci si lascia. Viene di solito accompagnato dal gesto di congiungere le mani, unendo i palmi con le dita rivolte verso l’alto, e tenendole all’altezza del petto, del mento o della fronte, facendo al contempo un leggero inchino col capo. Nella cultura indiana, questo gesto è un mudra, un gesto simbolico utilizzato anche nello yoga, anche detta posizione della preghiera o posizione del saluto. La parola namasté letteralmente significa “mi inchino a te“, e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità di ognuno di noi. Oltre a essere un saluto buddhista, è anche indù, che vuol dire mi inchino alla luce del dio che c’è in te.

namaste

Fig. 3 – Namasté, mi inchino al divino che è in te

Anche nel buddismo ritroviamo tale gestualità. Ad esempio, nella corrente buddista di Nichiren Daishonin, monaco giapponese del XIII secolo, riformatore del buddismo originario, ritroviamo l’atto di unire le mani durante la meditazione accompagnata dal mantra Nam Myo Ho Renge Kyo come simbologia dei 10 mondi presenti contemporaneamente nella Vita degli esseri umani (i 10 mondi sono i 10 stati vitali fondamentali che attraversiamo continuamente – http://www.sgi-italia.org/approfondimenti/DieciMondi.php). L’unione dei 10 mondi rappresenta la non-separazione tra la nostra condizione di esseri umani “non illuminati” la condizione di buddità (illuminazione) presente nella nostra Vita dal tempo senza inizio. Significa nuovamente andare oltre le separazioni e ricercare la visione del Tutto presente da sempre dentro di noi. Ognuno di noi è Shakyamuni illuminato nel passato senza inizio (Sutra del Loto).

Ritengo meraviglioso andare a cercare le similitudini tra le religioni, piuttosto che concentrarsi sulle differenze. Personalmente considero questo gesto come “staccato” dalle correnti religiose, ma talmente intimo e naturale per gli esseri umani da avere un significato ancora più profondo. Sappiamo che gli umani vivono in uno stato di polarità, in cui suddividono il mondo in bene/male, buono/cattivo, bianco/nero, giusto/sbagliato ecc. Un mondo fatto di scelte, di esclusione di una via rispetto ad un’altra. Essendo però esseri universali, uniti a e provenienti dall’infinito universo, dal luogo dell’UNO, provano una continua nostalgia verso questo congiungimento che sentono perso o mancante. Ed è da questa consapevolezza intima che nascono la ricerca dell’altra metà, l’anima gemella, e il senso di incompletezza o mancanza di significato che spesso avvertiamo nelle nostre vite. Nonostante sia normale per gli umani la ricerca della completezza, vederla come il ricongiungimento con l’anima gemella o l’altra metà della mela continua a mantenere la nostra visione all’esterno di noi, e quindi a non modificare la visione polare della Vita. Facendo dipendere la felicità dall’esterno di noi.

L’uomo ambisce naturalmente al ricongiungimento, alla catarsi, al ritrovamento del al di là dell’io. Si sente peccatore, sente di appartenere all’universo, di essere collegato a tutti gli altri esseri viventi, ma vive in un mondo di strade che si escludono, in un mondo di competizione e di separazione. Un mondo governato dal suo emisfero sinistro. Da sempre ha riconosciuto nel gesto di unire le mani il superamento degli opposti, l’unione delle differenze nell’unica verità della Vita. Ha cercato quell’attimo senza tempo, al di là dello spazio e di ogni limite. Quel momento di pace interiore in cui tutto è possibile, in cui i limiti umani non esistono più e si avverte un senso di ritorno a casa. Perché la vera casa dell’uomo è solo dentro il suo cuore, nel luogo dove tutto è possibile, dove nessuno è lontano e dove il tempo non esiste, perché si vive l’eternità dell’attimo presente. L’uomo, manipolatore, trova nell’unione inerme dei suoi principali strumenti, il Tutto che è in lui e il lui che è Tutto. L’allenamento giornaliero, dedicando anche solo pochi minuti al ritrovamento del silenzio e alla solitudine, semplicemente unendo i palmi delle nostre mani, chiudendo gli occhi e seguendo il nostro respiro ed il nostro personale ritmo, ci apre alla visione e al sentimento del Tutto, facendoci vivere meglio perché una allargata visione della Vita, oltre la polarità, allinea lo spirito all’armonia dell’Universo e quindi a tutti gli esseri viventi. Riconosciamo che tutto ciò che viviamo e che vediamo è l’espressione del Tutto, ovvero del Nulla.

Riportare la Vita all’interno. Unire le mani fa aprire una porta e offre agli uomini la possibilità di penetrare nell’interiore (esoterico) attraverso l’esteriore (exoterico o essoterico). Se l’esoterismo si rivolge all’interno dell’uomo, al nocciolo (arrivare al nocciolo spezzando il guscio – maestro Eckhart), l’essoterismo rappresenta il guscio da spezzare, l’illusione della Vita polare in cui perennemente viviamo. Sono infatti essoteriche le lezioni delle scuole religiose di più facile ascolto e rivolte ad un pubblico più numeroso. Essoterico può essere riferito all’insegnamento religioso che le varie confessioni hanno tramandato attraverso i secoli. Le religioni monoteiste, che mirano alla sottomissione dell’uomo ad un’entità superiore, danno infatti a questo gesto tale significato. Ma fondamentalmente il senso è sempre lo stesso; sottomettersi alla volontà di Dio, tornare a Dio. Dato che Dio vive nei nostri cuori, tornare a Lui è tornare a Noi e a tutti gli altri, superando le divisioni.

Se fatto regolarmente, il semplice gesto di unire le mani in silenzio e in solitudine con il desiderio di “ricongiungersi” a Dio, all’Universo, permette la ricerca della propria strada verso il proprio interno e di allenarsi all’armonia. Chiudere le mani per aprirsi al mondo. Chiudere le mani per tornare a se stessi e trovare gli altri. Senza tempo e senza spazio, senza scelte, senza io e tu. 

Creare l’unità dalla separazione.

Portato nel mondo ci permette di “essere il cambiamento che vorremmo vedere nella società” (Gandhi), diventare portatori di armonia, pontefici (costruttori di ponti) tra le persone, portatori di Luce scaturita dalla nostra personale oscurità: Lucifero.

L’esterno e l’interno, lo Yin e lo Yang, il maschio e la femmina, la ragione e lo spirito, la causalità e l’analogia, l’illuminazione, Dio, l’infinito e l’indefinito, il Nulla, il Nirvana e il Tutto. In qualunque modo chiamiamo la Vita, senza il superamento della divisione tra noi ed essa, una vera pace non sarà mai possibile. Non esiste una Via unica e suprema. Esiste una Vita a cui tornare, ognuno nel proprio modo. Come in un libro sono già presenti tutti gli avvenimenti, ma abbiamo bisogno di tempo per leggerlo; o come un fiume è lo stesso fiume in qualunque punto, dalla sorgente alla foce, ma abbiamo bisogno di tempo per percorrerlo; così noi abbiamo già l’illuminazione dentro di noi, ma abbiamo bisogno del tempo per consapevolmente ritrovarci e portare la nostra personale Luce nel Mondo.

Siamo tutti destinati all’illuminazione

La semplicità e il potere di un gesto per promuovere l’amore e la pace.

Perché la Vita è semplice, neutra e potente

La Vita È.

E noi siamo Vita, prima ancora di essere Esseri Umani.

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