Italia, terra di diversità

italia porto

Fig. 1. L’Italia vista dal satellite

L’Italia è il porto del Mediterraneo, la sua stessa forma somiglia a quella di una banchina per l’attracco delle navi (Fig. 1). L’origine del nome italia è incerta. Il vocabolo Italia si pensa derivi da Italói, termine con il quale gli antichi Greci indicavano i Vituil o Viteli una popolazione che risiedeva nella parte meridionale della nostra penisola e praticava l’adorazione del simulacro di un vitello (vitulus, in latino).

Italia_Interazione_placche_tettoniche

Fig. 2. Scontro tra la placca africana ed euroasiatica

Per questa sua particolare forma, il nostro paese ha naturalmente attratto quanti più popoli possibili, da quelli vicini ai lontani viaggiatori che vedevano in essa un porto sicuro. L’Italia è un paese eterogeneo e “multi-”  per natura. L’attuale struttura geologica dell’Italia deriva essenzialmente dall’orogenesi alpina, detta anche alpino-himalaiana o alpidica. Si tratta di un complesso di deformazioni e di accavallamenti degli strati rocciosi, che è iniziato nel Cretaceo (circa 100 milioni di anni fa) e si è concluso praticamente nel Miocene (circa 15 milioni di anni fa) anche se alcuni contraccolpi, di non secondaria importanza, sono tuttora in atto. L’orogenesi alpina si è manifestata in seguito alla collisione della zolla africana con quella europea (Fig. 2). A seguito di questa storia geologica, il nostro paese è formato da rocce di varie tipologie ed età. Naturalisticamente parlando, l’Italia, per la sua posizione geografica, a metà strada tra i tropici e l’Europa continentale, rappresenta un unicum mondiale, potendo vantare ambienti quanto più diversi tra loro. Dalle Alpi fino alla Sicilia, l’Italia può contare su una enorme varietà di specie in ogni dato territorio (biodiversità) sia animale che vegetale, con un popolamento ricchissimo di forme endemiche. È lo stato d’Europa che conta il maggior numero di specie di piante con semi. Questa ricchezza di specie ha più di una causa: in primo luogo, durante le glaciazioni pleistoceniche (tra 2.500.000 e 11.700 anni fa) il territorio italiano rimase in gran parte sgombro di ghiacci, il che permise alla fauna e alla flora di sopravvivere (glacial refugee), cosa che nelle zone centrosettentrionali del continente non avvenne; viceversa il ritiro dei grandi ghiacciai ha lasciato in alcune località montane una fauna relitta glaciale. Inoltre, il territorio italiano si estende su circa 10° di latitudine, dunque, pur restando nell’ambito di climi temperati privi di estremi di caldo, di freddo o di aridità, la differenza climatica fra il nord e il sud del paese non è affatto trascurabile, andando dai climi nivali delle vette alpine al clima temperato fresco semi-continentale della pianura Padana, a quello mediterraneo delle coste centromeridionali e delle isole. Un’ultima spiegazione del perché l’Italia ha un popolamento così diversificato risiede nell’eterogeneità ambientale prodotta dalla natura prevalentemente collinare e montuosa del territorio, che ha provocato un proliferare di nicchie ecologiche, vicine nello spazio ma molto diversificate.

Quindi Italia come “porto sicuro” per la salvezza delle specie durante le ere glaciali. Italia formata dall’unione dei “diversi”. Italia come transetto attraverso climi differenti (Fig. 3).

clima italia

Fig. 3. Climi d’Italia

Italia, patria della diversità.

Ma anche se parliamo di popoli e culture umane, ci troviamo di fronte alla stessa situazione. Già durante il Paleolitico (“Età della pietra antica” – parte del Pleistocene) si ritrovano i primi segnali di presenza di popolazioni italiche. Agli inizi del I millennio a.C. l’Italia era abitata da diversi popoli, quali:
* Liguri ,Veneti, Apuani nel nord Italia;
* Piceni, Umbri, Sabini e Latini nell’Italia centrale (detti anche Italici);
* Sanniti, Aurunci, Apuli, Lucani e Itali nel sud Italia;
* Siculi, Sicani e Sardi nelle isole. (Fig. 4)

L’arrivo dei romani – per quanto i “romani” non siano propriamente arrivati in Italia. I romani si sono sviluppati dalla popolazione, già presente, dei Latini, storicamente stanziati, a partire dal II millennio a.C. lungo la costa tirrenica della Penisola italica, nella regione che da loro prese il nome di Latium. Politicamente frazionati, i Latini condividevano lingua (il latino) e cultura. Diedero un contributo determinante alla formazione del popolo di Roma (Quiriti), città che nel corso del I millennio a.C. avrebbe esteso la lingua e la cultura latina a gran parte del bacino del Mediterraneo e dell’Europa. Per tale ragione il termine “latino” è spesso impiegato anche come sinonimo di “romano”.

Il periodo romano fu il primo in cui tutte le diverse popolazioni italiche vennero raggruppate sotto un’unica bandiera, con un’unica lingua e tradizioni comuni.

Fig. 4. Popoli d'Italia pre-romani

Fig. 4. Popoli d’Italia pre-romani

Alla fine dell’Impero Romano, l’Italia tornò ad essere ciò che, per sua stessa natura, le veniva meglio: un porto, una casa per vari popoli e tradizioni, un luogo dove la parola d’ordine tornava ad essere “diversità”.

Senza andare a ripercorrere tutta la storia dalla fine dell’impero Romano ad oggi, vediamo solo come l’Italia si presentava dal 1829 al 1861 (unificazione d’Italia) (Fig. 5).

Risorgimento

Fig. 5. L’Italia dal 1829 al 1861

Nuovamente, da 154 anni oramai, ci troviamo tutti a convivere sotto lo stesso tetto; il quale, nuovamente, dopo i Romani, è stato creato non per volontà dei cittadini di vivere insieme felicemente, ma per le brame di potere esercitate da un solo popolo verso tutti gli altri attraverso conquiste di altri stati sovrani e liberi, uccisioni, sfruttamento delle risorse naturali a proprio unico vantaggio. L’Italia si è unita solo quando un popolo si è elevato sopra agli altri ed ha voluto di più, senza badare ad una semplice e pura convivenza con i propri vicini. Bramosia, cupidigia, aggressività e terrore – queste da sempre sono state le armi usate per unirci.

Ma cosa ci ha causato questo assoggettamento al pensiero unico portato dai romani, poi dal regno d’Italia, dal fascismo, dalla Chiesa?

Personalmente ritengo ci abbia condotto sempre più a non credere nella nostra indipendenza personale, nella nostra autodeterminazione e al cercare sempre più un “capo”, qualcuno che ci prendesse per mano e ci dicesse cosa fare e come farlo. Qualcuno che spegnesse le nostre facoltà intellettuali e di apertura al “diverso” che abbiamo sempre avuto, per rinchiuderci nella nostra bella penisola, al sicuro dagli attacchi esterni sotto un unico credo, un unico pensiero. Sì, perché la nostra penisola, oltre ad essere piena di tesori “biodiversi” e multi culturali, è anche un luogo avente un solo accesso via terra. Tale conformazione può portare i popoli che ci vivono a sentirsi “in trappola”, rinchiusi tra la più alta catena montuosa europea a nord e ben 3 mari. Più a sud andiamo, più temiamo l’invasione dall’esterno (anche per esperienza) e più non vediamo via di uscita.

Ma la stessa cosa può valere anche per il resto d’Europa e per l'”uomo bianco”.

I popoli d’Europa sono stati gli unici, nel mondo, a conquistare e sfruttare a proprio unico vantaggio le altre popolazioni. L’imperialismo, movimento di conquista coloniale, si sviluppò a fine ‘800: i paesi coloniali, fonti di materie prime, vennero sfruttati per esportare e commerciare le materie sul mercato mondiale. In quel periodo poi i pregiudizi sulle razza offrivano una comoda giustificazione alle mire coloniale: il dominio esercitato su altri popoli veniva visto come una missione di civilizzazione da parte dell’uomo bianco nei confronti dei “selvaggi”. I paesi maggiormente sfruttati furono Africa e Asia. Da una semplice cartina si può vedere come l’Africa non appartenesse più agli africani, ma fosse divisa tra le maggiori potenze europee – e questo fino a 100 anni fa (Fig. 6).

spartizione dell'Africa

Fig. 6. Spartizione dell’Africa

Personalmente credo che questo atteggiamento di chiusura, o peggio, di “civilizzazione” che noi europei abbiamo sviluppato verso il diverso sia frutto non solo della nostra scarsità di risorse naturali, ma anche da un’atavica “paura genetica” che abbiamo nei confronti degli altri popoli. Da quando il mondo ha fatto vedere agli Europei che esso non finiva alle Colonne d’Ercole e che gli esseri umani, checché se ne dica, appartengono tutti alla stessa specie (“Categoria di classificazione degli organismi che comprende individui in grado di accoppiarsi tra loro e di generare prole feconda”), il “bianco” si è accorto di essere notevolmente inferiore (o meno potente) geneticamente, scoprendo che l’accoppiamento con gli altri popoli produceva una progenie che aveva più i caratteri del non-bianco. Questo lo vediamo continuamente, no? L’accoppiamento tra un partner bianco e un non-bianco produce progenie assomigliante più (o con caratteri più vicino) al partner non-bianco (alcuni esempi qui sotto).

mix1  Aarathi3.jpg

mix2

Questa unione dei diversi produce bellezze inaudite, nuovi esseri umani non riconducibili specificatamente ad una delle nostre conosciute popolazioni. È risaputo oramai e confermato da miriadi di ricerche, che la diversità e l’incrocio genetico tra individui non imparentati produce nuove “qualità” e ne reintroduce di perse, aumenta il vigore della popolazione e migliora le risposte immunitarie e le capacità riproduttive. Introduce nuovi colori (e la Vita colorata è sempre più bella di una monocolore) e può portare alla nascita di nuove popolazioni. Uno studio recente (http://www.livescience.com/15754-neanderthals-immunity-boost-humans.html) dimostra come gli esseri umani moderni abbiano sviluppato fondamentali geni del sistema immunitario che li aiutano a combattere le malattie, grazie ad incontri sessuali con i loro parenti arcaici, i Neanderthal. Ora, che ci si voglia credere o no, anche a fronte delle evidenze, è decisione personale. Ma che l’incrocio con individui quanto più diversi da noi causi il rafforzamento della nostra specie è risaputo. E questo non vale solo per gli esseri umani. Vale per le piante e per gli animali – basti pensare ai cani o ai gatti.

Io credo che sia tempo (finalmente!) di riscoprire la meravigliosa biodiversità che ci accompagna nel nostro cammino umano. Pensiamo a quanto sarebbe noioso (nonché poco sano) mangiare sempre le stesse cose, o leggere sempre gli stessi libri, o vedere sempre gli stessi film, o stare sempre con le stesse persone. Quanto ci annoiamo quando il nostro lavoro diventa ripetitivo? E quanto invece ci sentiamo carichi e motivati all’inizio di qualcosa di nuovo? Quanto poco viaggeremmo se il nostro pianeta fosse uniforme nei suoi paesaggi? Chi ama la montagna non va sempre nella stessa, nonostante veda sempre montagne, l’effetto prodotto da luoghi e montagne diverse sarà sempre diverso. Questo anche perché il contatto con la diversità “allarga” la nostra mente e la nostra Vita, permettendoci di accogliere ancora più diversità. La nostra diversità interiore è nutrita da quella esteriore. E viceversa.yin yang

La diversità genera sé stessa esponenzialmente. Chi coltiva al proprio interno una maggiore affinità alla diversità vive meglio, è intrinsecamente più felice, riesce a stare con tutti in qualunque luogo e non si sente legato solamente ad una certa terra. L’allargamento cosciente della Vita alla diversità elimina il concetto stesso di diversità. Si va oltre, riconoscendo la bellezza per la Vita in sé in tutte le sue infinite espressioni. Chi è “largo” non teme di perdere alcunché perché sa che tutto è già presente in sé stesso.

Invece di temere di perdere le nostre tradizioni e la nostra cultura, dovremmo pensare che potremmo produrne di nuove.

L’unione di cervelli che ragionano in modo diverso è più efficace per trovare soluzioni.

Le nuove culture partirebbero dalla reciproca contaminazione per approdare a qualcosa di nuovo. Non è sempre stato così anche in passato? Le religioni antiche non hanno attinto l’una dall’altra? I Romani non hanno “adottato” le divinità greche?

Insomma, aprire e accogliere. Unirsi alla diversità, promuovere la diversità, proteggere la diversità.

È un periodo storico in cui gli esseri umani hanno la possibilità di spostarsi (più o meno) liberamente per tutto il globo, portando le loro personalissime particolarità fuori dal “luogo di origine” e mescolarsi. Questa tendenza da sempre presente negli umani – che tra l’altro ha permesso di colonizzare l’intero pianeta e di differenziarci – ha a disposizione la tecnologia per non essere più limitati ad un solo posto nel globo, ma è frenata da un sistema vecchio e stantio che si rifugia ancora all’interno degli stati nazionali e delle tradizioni popolari.

La Vita va a fasi. L’umanità, dalla sua culla in Africa, ha seguito il suo istinto allo spostamento e al mescolamento, colonizzando l’intero globo e producendo le diverse popolazioni. Le popolazioni poi si sono divise, per proteggersi l’un l’altra, vedendo nel vicino il proprio nemico. Nonostante la nostra evoluzione siamo ancora a questo passaggio.

È tempo di cambiare

Di prendere coraggio ed aprirsi

Di rendere questo pianeta un paradiso per tutti gli esseri umani, lavorando insieme per mettere gli umani nella condizione di vivere in qualunque luogo del mondo essi decidano. È tempo di perdere la paura e di trasformarla in ricchezza e opportunità.

Giorno dopo giorno

Persona dopo persona

Partendo da qui, adesso, dai problemi attuali – da Charlie Hebdo, alla Nigeria, dal nostro vicino di casa a tutte le persone che, in questo momento, come me, come te, stanno vivendo per costruire la loro semplice felicità.

Non dobbiamo avere paura, specialmente del “diverso”. Dobbiamo avere paura magari di noi stessi, della nostra “rabbia da uomo bianco” che ha causato, di fatto, il sistema in cui stiamo vivendo e tutti i problemi ad esso connessi. Temo più la rabbia – che vedo espressa da tante persone che hanno “paura” del diverso e che lo vorrebbero isolare, ammazzare, “curare” o convertire – piuttosto che i possibili attentati di cui tanto si parla.

Temo molto chi dice “io non sono razzista/omofobo/misogino ecc ma….”

Temo molto chi combatte per mantenere le tradizioni di religione che, di fatto, nemmeno segue o pratica.

Questa è l’ipocrisia dell’uomo bianco, dell’occidentale, del cattolico “tradizionalista”. Questi sono i muri attraverso i quali dovremmo far passare delle nuove porte.

A me non interessa se i miei prossimi figli verranno bianchi, gialli, neri, rossi o un mix generale. Non mi interessa se saranno atei, cristiani, buddisti o musulmani. Non mi interessa se saranno eterosessuali, omosessuali, transessuali o bisessuali. Basta che siano felici.

È importante solo l’amore attraverso il quale arrivano a noi e vengono fatti crescere. Perché attraverso quello essi potranno contribuire a creare un mondo sempre più aperto e libero, un mondo in cui nessuno si debba sentire più escluso in nessun luogo del pianeta. Un luogo ideale dove tutti hanno veramente gli stessi diritti e le stesse opportunità.

E il bello è che questo mondo lo abbiamo già, questa terra la abbiamo già.

Noi, in Italia, abitiamo la patria della diversità, sia essa umana o naturalistica, sia di culture e tradizioni, di cibi e vini, di clima e temperature.

Tutto è già qui, da noi, in Italia.

Ma ci vuole lavoro, un nuovo approccio, una visione interiore della Vita da parte di ognuno di noi che porti a vedere che la paura che abbiamo e la rabbia che esprimiamo non dipendono dal “diverso”. Sono una reazione di resistenza al cambiamento, alla nuova Vita che vuole uscire, alla nuova società che si vuole instaurare, ai nuovi umani che premono per nascere.

Guardiamoci dentro con sincerità, e capiremo che là fuori non c’è davvero niente di cui aver paura.

Basta volerlo.

Io lo voglio, e tu?

Grazie 🙂

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...