Sentirsi straniero 6 – aggiunte a Teheran

Riprendo a scrivere del mio breve viaggio in Iran dopo un mese e mezzo. Lo so, sono un po’ incostante nel mio blog – ma in fondo è questo il bello. Scrivere quando vuoi farlo, scrivere per il piacere di scrivere, desiderare raccontare per trasmettere agli altri.

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1. Gli Italiani.
A Teheran, così come in qualsiasi altro luogo della Terra, c’erano molti italiani. Decido sempre, tranne in rare eccezioni, di passare inosservato, di non fare l’italiano. Vicino a degli italiani all’estero, decido di farmi passare per non italiano. Sto zitto, se mi rivolgono la parola, rispondo in inglese, stressando abbastanza l’accento.

Non sempre riesce questo gioco, a Teheran ho fatto finta di niente e mi sono allontanato. Non avevo necessità di incontrarli e parlarci. In quei momenti, volevo sentirmi il “diverso”.

2. Le biciclette
Un’altra questione riguarda le biciclette. In una città caotica, super trafficata e inquinata come Teheran, usare la bici può essere un suicidio. Se ne vedono giusto alcune passare sui marciapiedi (vorrei vedere), ma non sembrano esistere le piste ciclabili così come noi le conosciamo. Nelle vicinanze del Palazzo Golestan le abbiamo trovate, ma giusto nelle stradine interne, in zone abbastanza ricche della città. Ci sono pure delle postazioni di bike sharing – al nostro passaggio quasi inutilizzate.Risultati immagini per teheran bike
Qui, la bici sembra quasi un privilegio riservato a pochi temerari.
La nostra guida ci dice che il governo sta lanciando una campagna mediatica per invogliare le persone ad utilizzarle di più per ridurre l’inquinamento. Tuttavia, come detto e visto, il traffico è talmente tanto, caotico e anarchico, che la bici troverebbe spazio solo sul cofano di qualche macchina – il che non mi pare molto stimolante.
Teheran, così come la vedo io, non è proprio il posto migliore dove andare in bici. Io punterei di più sui mezzi pubblici per ridurre l’uso delle auto.
Fatto sta che mentre mi perdevo in queste riflessioni, un gruppo di giovani ciclisti ci ha salutati come da consuetudine iraniana (come va? benvenuti in Iran). Questi giovani coraggiosi fanno parte di un gruppo che promuove l’utilizzo delle bici, scorrazzando per le (poche) piste ciclabili della città e nei parchi per far vedere che si può pedalare a Teheran, anche senza morire.
Una bella campagna – dice che stanno crescendo – ma la strada è ancora lunga. Pedalare!

3. Il Gran Bazar
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Torno un attimo sul gran Bazar per una breve riflessione.
Luoghi come questo ti fanno capire quanto il caos e il caso non esistano.
Migliaia di persone in frenetica danza si intrecciano, ognuna con la propria chiara destinazione. Il caos è un punto di vista, una visione soggettiva di chi si pone a giudice di una situazione che sta osservando.
Lo stesso vale per il caso. Nessuno è in un determinato luogo senza una precisa ragione.
Lasciarsi andare alla folla, non combatterla, ma entrare nel suo flusso ininterrotto è l’unico modo per uscirne sani, felici e arricchiti. Puoi non comprare, ma puoi chiedere ciò che vuoi. I commercianti ti accolgono, ti invitano ad entrare, magari ti offrono pure un the – sono commercianti il cui fine è vendere i loro prodotti, ma riescono ad approcciarti con una gentilezza tale che ti invogliano a spendere. I prezzi, per noi ricchi imperialisti e capitalisti occidentali, sono poca cosa.
Noi europei non potremmo vivere così, in questa prossimità totale. Come detto nel precedente articolo su Teheran, qui la prossimità tra le persone è totale e nel bazaar si respira ancora la vita pulsante di un quartiere. Il cibo sembra più buono e saporito, perché viene consumato in comunione con gli altri.
Abbiamo mangiato in un ristorantino interno al bazaar, riso e pollo ovviamente, stretti tra le altre persone che ti guardano e ti parlano perché sei straniero e vogliono conoscerti.

Le donne, ci guardano, ci sorridono. Sono affascinanti e curiose, molte di loro davvero belle, di una bellezza “antica”, di quelle che trovi sui libri, negli arazzi e nei dipinti. Come se provenissimo da un altro pianeta (e in fondo è così) ti osservano ma non ti parlano, ti sorridono ma non si avvicinano.
Anche gli uomini si avvicinano, ti parlano, ti chiedono, ti raccontano ciò che conoscono dell’Italia.

Schiacciati come sardine nelle vie del Gran Bazaar, o all’interno della Metro, sembra che tutto diventi di tutti e che tutti siamo veramente collegati…

È impossibile sentirsi soli – non esistono stranieri qui, solo amici che non abbiamo ancora incontrato.

In arrivo a Shiraz….20170810_194855.jpg

to be continued

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